Viaggiare in gruppi piú o meno numerosi di sole donne è oggi una pratica molto diffusa. Per noi, infatti, donne del XXI secolo, è abbastanza comune organizzare escursioni vicine o lontane tra amiche e godere di viaggi indimenticabili alla rassegna della femminilitá.
Ma non sempre fu cosí. Partire sole, per il gentil sesso, in passato non era una pratica né ben vista, né diffusa. Se gli uomini di buona famiglia al termine dei propri studi erano soliti trascorrere un anno sabbatico fuori da casa, scoprendo terre lontane e vivendo l’esperienza del Grand Tour, per le giovani fanciulle era cosa impensabile, a meno che non si trattasse di donne, come dire, speciali.
Ma com’è cambiato il turismo femminile? In passato le donne dovevano viaggiare con estrema precauzione e, in alcuni casi, addirittura travestirsi da uomini per liberarsi dai possibili pericoli. Apha Behn, una di queste intraprendenti signore, viaggió verso il sud america e ritrasse dopo 20 anni la sua esperienza in una testo intitolato Oroonoko, il principe in catene (1668). Lady Montagu, il cui epistolario, testimonianza della sua esperienza in Turchia, venne pubblicato conto la sua volontá, è un'altra fonte di grande valore per quanto riguarda il viaggio femminile. Altro esempio è quello di Isabelle Eberhardt la quale partí dalla Svizzera e raggiunse il Maghreb, luogo in cui dovette travestirsi da beduino per poter, alla fine del XIX secolo, investigare e conoscere la cultura berbera.
E quante altre donne avventuriere, colte e curiose affrontarono pericoli e, soprattutto, sfidarono le convenzioni per alimentare la propria bramosia di sapere! Al giorno d’oggi grazie all’emancipazione raggiunta, le donne non devono lottare contro la societá per avventurarsi in luoghi lontani, e possono affrontare grandi viaggi, in gruppo o sole, senza soccombere agli antichi tabú.
Quali sono quindi i viaggi che cercano le donne attualmente? Viaggi di piacere certamente, ma anche di lavoro, di studio, di scoperta e investigazione.
Insomma, tutto quello che precedentemente era possibile solamente per un giovane ragazzo dell’alta societá è ora una possibilitá in piú per l’universo femminile in cui le donne possono volare in tutta libertá.
lunedì 24 maggio 2010
Volare al femminile. Com’è cambiata l’esperienza del viaggio per le donne.
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Nannarelle
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martedì 22 luglio 2008
Nome in codice Marina Vega
Agente segreto 007. L’uomo che non deve chiedere mai. Il bello e impossibile della storia del cinema, diventato un modello ineguagliabile per ogni ragazzo della porta accanto. Un lavoro al maschile quello della spia, che Bond ha contribuito a rimarcare come tale creandone addirittura un mito irraggiungibile, soprattutto per una donna. E quando dico irraggiungibile lo dico in tutti i sensi visto che nei 12 romanzi scritti da Fleming le donzelle che si susseguono tra le braccia del dannato agente sono niente meno che 14, numero che si quadruplica sul grande schermo in cui tra un colpo di pistola e una missione impossibile, il bello dei servizi segreti sarà alle prese con ben 58 donzelle tra le più affascinanti del genere femminle – dati del “Times Literary Supplement” Hugo Williams. Ma la vita non è un film, e la realtà a volte supera la fiction. E lo fa in questo caso presentandoci una spia in carne ed ossa, anche se questa volta, permettetemi di dirlo, si tratta di una spia in gonnella, non per questo meno esperta o più sprovveduta del nostro caro e vecchio James. E già, perché se al cinema abbiamo ammirato donne fredde e spietate della taglia di Nikita o “rette” e leali come Ninotchka, la vita vera è ancora più sorprendente. Si tratta di Marina Vega, nata in Cantabria, nel nord della Spagna, il 1923. Lottare contro il regime franchista (dopo una guerra civile durata dal 1936 al 1939 la Spagna rimase sotto un governo dittatoriale fino al 1975; il Generale Francisco Franco, militare che capeggiò il colpo di stato, vinse la guerra e divenne capo dello stato; il suo Regime Franchista durò esattamente 39 anni) è stata la sua missione dall’età di 17 anni quando, poco più di una bambina, ma con le idee chiare, riuscì a sopravvivere, prestò servizio in nome della democrazia e aiutò decine di ebrei francesi a sfuggire i nazzisti; trasformò la sua vita in una missione senza limiti. Del suo racconto, pubblicato anche sul Pais - domenica 29 giugno - colpiscono soprattutto alcuni aneddoti, forse pane quotidiano per uno 007, ma più duri da digerire se pensiamo che a viverli è stata una giovanissima: ad oggi i ricordi sono ancora vivi in lei tanto che illustra dettagliatamente il modo in cui gli agenti segreti, scovati dal nemico, si toglievano la vita per non cedere alle torture. Marina, personalmente, aveva sempre con se una pastiglia di cianuro, ma alcuni, meno previdenti, usarono metodi estremi per evitare di tradire la causa. Uno di loro, trovato morto suicida, si uccise dando testate contro il muro della sua cella mentre la Vega sottolinea: “deve essere stato orribile perché la cella era molto piccola. Non poteva prendere la rincorsa”. Il passato di questa donna fuori dal comune fu senza dubbio straordinario e la sua missione degna di attenzione. I ricordi che si porta dietro sono tanti, ma anche gli strascichi di queste esperienze non sono da meno; ancora oggi, nonostante siano passati tanti anni, non si siede mai di spalle a una porta e se deve dormire in albergo la sua stanza deve essere al primo piano, vicina all'uscita, in caso di emergenza. Che dire: da adesso quando si parlerà di spie oltre a Bond non potremmo non pensare anche al grande fascino di Marina.
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Nannarelle
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Etiquetas: Personaggi, Storia
giovedì 15 maggio 2008
Silvia Genta, scrittrice del Ponente ligure, introduce le Sciasceline nella Storia
L'esperienza di Silvia Genta racchiusa nel volume “Sciasceline le mani invisibili” è per la giovane antropologa imperiese un doppio e diverso successo personale e sociale: se da una parte il suo lavoro è riuscito a dare visibilità inaspettata ad uno spaccato di mondo femminile che rischiava di essere dimenticato da decenni di disinteresse, dall'altra, la tenacia con la quale ha portato avanti fino alla pubblicazione il suo libro senza farsi abbattere dalle delusioni e dalle porte in faccia ricevute, segna un piccolo ma importante punto a favore di chi crede che con la forza di volontà si possano raggiungere i traguardi prefissati. Ed è proprio grazie alla tenacia di Silvia che dobbiamo l'importanza delle testimonianze di “Sciascieline” lavoro che porta in primo piano il dimenticato lavoro di tante donne basso piemontesi che negli anni del dopoguerra lasciavano per mesi la loro casa per impiegarsi nella vicina provincia d'Imperia nella durissima raccolta delle olive. Vicende, come spiega Silvia, di cui tutti hanno sentito distrattamente parlare almeno una volta e legate alla cultura olivicola insita nell'imperiese, ma a cui chissà perchè a differenza delle stra celebrate mondine ci si è sempre impegnati pochissimo per non lasciare che questo pezzo di storia cadesse nel dimenticatoio. Una sorta d'indiffernza generale di cui Silvia si è resa conto immediatamente e che ha reso più complicato ma anche più affascinante il suo lavoro, tanto che nelle sue ambizioni c'è quella di dare un seguito al volume. Inizialmente, come lei stessa spiega, la ricerca si è orientata nelle biblioteche della provincia: “Con stupore, però, mi sono accorta che non esisteva nemmeno un libro che parlasse del ruolo delle Sciasceline – commenta – allora ho dovuto giocare, diciamo, d'astuzia e per cercare di dare un volto ed un nome a queste donne che per tanti anni hanno caratterizzato nei nostri mondi alle raccolte delle olive, mi sono soffermata sulla consultazione degli atti dell'archivio di Stato, partendo addirittura del 1700, e soprattutto analizzando i vari registri migratori ed anagrafici”. Con pazienza la scrittrice è riuscita a ricucire le fila della storia e ricostruire l'identità delle lavoratrici stagionale. Ogni nome ritrovato per Silvia si è trasformato nel racconto di una vita che quelle donne, ormai anziane hanno deciso di regalarle con i loro racconti. Sì, perchè dopo il ritrovamento di molti nominativi si è messa in moto la complicata macchina per contattare le ex Sciasceline e la richiesta di consegnare alla sua penna i loro ricordi: “Le reazioni delle donne – ricorda Silvia – sono state molto diverse: alcune si sono stupite che qualcuno fosse interessato a loro mentre altre, consapevoli del loro ruolo, hanno accettato di buon grado di ricordare l'esperienza vissuta, mentre in alcuni casi ho ricevuto anche dei rifiuti”.Come le donne che le hanno vissute, le storie custodite da Silvia sono vicende accumunate dalla fatica e della povertà ma ricche di sfumature, emozioni ed anche evoluzioni completamente diverse tra loro: in mezzo alla durezza del lavoro e dalla lontananza dalla loro casa per alcune di queste donne la vita da Sciasceline ha portato l'amore. In tante, infatti, hanno conosciuto il futuro marito tra le fronde degli olivi imperiese. Ma questa è un'altra storia.
L’analisi portata avanti nel testo, mai affrontata prima d’ora, focalizza l’attenzione sulla vita dei campi. Sulle giovani donne che, ogni giorno e ogni anno, trovavano, nella raccolta delle olive, la strada verso una sussistenza più degna di quella possibile nei loro paesini montani d’origine. Donne che scandivano la loro esistenza al ritmo della terra. Una terraccia dura, agria, tutta in verticale, che ancora oggi va rubata ai colli, cornice di un paesaggio che tra quelli marini è il più montano in assoluto. Silvia, non a caso, cita la Malora di Fenoglio, inno alla fatica e alla lotta del bracciante in Liguria. Nella scena della polenta, insaporita passando una lisca di pesce che ormai non ha più carne attaccata, è messa in risalto la vitaccia grama del contadino: non è necessario aggiungere altro al riguardo. L’immagine parla da sola. Il testo della Genta, pubblicato con il patrocinio della Regione Liguria ed il contributo della CIGL, è senza dubbio un nuovo tassello della storia della nostra regione, ma anche del Paese intero. Inizia a diffondersi la conoscienza di un fenomeno profondamente legato all’economia della regione, ed allo sviluppo della Liguria a livello nazionale, troppo importante per essere dimenticato. È uno sguardo ad un settore del lavoro femminile, che è stato motore della produzione dell’olio d’oliva, e soprattutto, rivalutazione del ruolo di contadina: quella figura, addetta a fare mille lavori, da quelli di casa a quelli legati alla terra, ma cancellata perché, a causa delle tante mansioni, non era rappresentativa di una professione, al contrario dell’uomo che generalmente, contadino senza altre mansioni ulteriori, impersonava un ruolo ben preciso e definito, perpetuato nella memoria collettiva.

La spina dorsale del testo è il racconto in prima persona di alcune delle protagoniste del fenomeno migratorio stagionale che colpiva l’Italia, e in questo caso, appunto, una delle regioni più dure e difficili: la Liguria, “Scarsa lingua di terra che orla il mare” in cui centinaia di donne giungevano per la raccolta delle olive, cominciando dalla stagione autunnale per finire in primavera, anche se il periodo preciso dipendeva da molti fattori e quindi non era escluso che variasse da una esperienza all’altra. Enrica, Teresa, Diana, Irma, Giovanna, Narra e Carla, raccontano le loro esperienze, vissute dagli anni ’30 al dopoguerra. Le protagoniste di tale ricerca raccontano alla giovane scrittrice una pratica, quella della produzione olivicola, che ha origine, come specifica la stessa autrice, nel lontano 1700 con il “periodo d’oro” delle olive del ponentino, per poi arrivare al vero boom del XIX secolo in cui si espande la commercializzazione verso mercati internazionali: Inghilterra, Olanda, Danimarca e Pietroburgo. Queste donne si raccontano alla penna di Silvia che riesce a fare un po’ di chiarezza, non solo sul fenomeno migratorio locale, ma anche sulla ridefinizione della donna contadina e sul legame tra la l’economia regionale e le giovani sciaceline che erano un tassello fondamentale in questo ingranaggio produttivo. Silvia è stata la prima a trascrivere questa storia diffusa oralmente e nascosta negli archivi che hanno confermato tutti i racconti popolari. Durante il nostro incontro, la Genta sottolinea la difficoltà riscontrata nel riuscire a mettere insieme materiale interessante capace di dare al libro una personalità semplice e rendendolo non solamente un testo utile agli “addetti ai lavori”, ma scorrevole a tutti e quindi non solo uno scritto scientifico, ma anche d’intrettenimento. Il risualto parla da solo.
venerdì 9 maggio 2008
Addio Mildred paladina dell'amore e dei diritti

Quando a soli 17 anni nel giugno del 1958 ha sposato il fidanzato Richard mai avrebbe immaginato che il suo matrimonio sarebbe diventato il simbolo della libertà individuale e dell'integrazione razziale. Come ogni sposa la giovane Mildred Joving si apprestava a vivere quel giorno come il coronamento del suo amore e l'inizio di una nuova meravigliosa vita. Il destino, però, le riservava ben altre sorprese... Sono passati quasi cinquant'anni da quel giorno di mezza estate ma Mildred non ha fatto in tempo per vivere questa importante ricorrenza: se ne andata, infatti, pochi giorni fa a 68 anni per un tumore ai polmoni ma con la consapevolezza che la sua storia e le sua esistenza di tranquilla ragazzina di colore hanno cambiato molte vite nella bigotta società americana degli anni 50 e 60. L'amore tra Mildred e Richard è nato improvviso ed impetuoso nella campagna della Virginia: lei è un'adolescente afroamericana e lui un muratore bianco con solo qualche anno di più. Per loro il diverso colore della pelle non è né un problema né un ostacolo e forti del amore e della prossima nascita di un bambino decidono di sposarsi: per coronare il loro sogno d'amore sono costretti, però, a recarsi a Washington poiché in Virginia i matrimoni misti non sono consentiti. Dopo le nozze con il certificato in mano tornano a casa dove li aspettano amici e parenti ma anche lo sceriffo che irrompe di notte nella loro casa per arrestarli. Il loro matrimonio non è riconosciuto in Virgigna e la giovane coppia è accusata di aver violato la legge che vieta “il mescolarsi delle razze”. Mildred e Richard vengono processati e condannati dal giudice Leon Bazile che durante la sentenza pronuncerà le incredibili parole «Dio aveva creato le razze bianchi, neri, gialli e rossi per poi collocarle su continenti separati. Questo fatto mostra che Dio non aveva alcuna intenzione che le razze si mischiassero». Il giudice però, bonta sua, offre agli sposi la possibilità di non scontare l'anno di carcere al quale erano condannati se acconsentono di andaresene dalla Virginia e non tornare per almeno 25 anni. Un crudele esilio che obbligava la coppia a lasciare la propria famiglia e affetti per un'imposizione ottusa basata su ancestrali leggi raziali. Mildred accetta e inizia lontano da casa la sua nuova vita con l'adorato marito. Cinque anni dopo il desiderio di vedere la madre ed i parenti è troppo forte e gli sposi tornano in Virginia per una breve visita. Per loro ci sarà ancora l'arresto. A questo punto Mildred dice basta: è solo una sconosciuta ragazzotta nera ma prende carta e penna e scrive una lettera all'ora ministro della giustizia Robert Kennedy al quale racconta la sua vicenda. E' l'inizio di un'asprissima battaglia legale e terribile lotta contro i pregiudizi razziale insiti nello stato considerato il più moderno del mondo e la cui parola fine sarà messa solo nel 12 giugno del 1967 con una sentenza unanime della corte Suprema che dichiarerà illegittima la legge della Virginia che proibisce le unioni tra bianchi e persone di altre razze. In seguito alla sentenza furono abolite le leggi razziste che persistevano ancora in 16 stati e che constravano contro l'emendamento 14 della costituzione americana che sancisce il diritto individuale al matrimonio. Mildred ha vinto: la legge ha dato ragione al suo cuore e la sua forza è servita d'esempio a tante altre coppie miste. Dopo tante battaglie il destino le riserverà un amaro colpo regalandole solo una manciata di anni con il suo amatissimo Richard che rimarrà ucciso nel 1975 in un incidente stradale causato da un automobilista ubriaco. Distrutta dalla perdita del marito non ha mai smesso di lottare fino alla sua morte, avvenuta nei giorni scorsi, per l'uguaglianza dei diritti. Intervistata più volte sulla sua vicenda amava ripetere con semplicità:"Circondata come sono adesso da meravigliosi figli e nipoti, non passa giorno senza che io pensi a Richard e al nostro amore, e a quanto abbia significato per me avere la libertà di sposare la persona a me preziosa. Credo che tutti gli americani, indipendentemente dalla loro razza, dal loro sesso, dal loro orientamento sessuale, dovrebbero avere la stessa libertà. Il governo non ha il diritto di imporre le credenze religiose di alcune persone sulle altre persone. Non sono una politica, ma sono felice che il mio nome e quello di Richard siano iscritti in una sentenza che può aiutare a rafforzare l'amore, l'impegno, la giustizia e la famiglia che tante persone, nere o bianche, giovani o vecchie, omosessuali o eterosessuali, cercano nella vita. Io sostengo la libertà di sposarsi per tutti".
giovedì 17 aprile 2008
Julia Pastrana una storia di sfruttamento che non conosce fine...


Purtroppo nel mondo ogni giorno milioni di donne vengono sfruttate, trattate come schiave e illuse dietro lo spauracchio di un briciolo d'amore. Anche Julia Pastrana ha avuto tutto questo, ma la sua agonia non finì nemmeno con la morte, dopo la quale fu ancora un ricchissima fonte di guadagno per il suo presunto compagno di vita che la imbalsamò per mostrare al mondo quella che non era una donna ma solo un fenomeno da baraccone. Nessuno conosce la storia di Julia Pastrana, a lei non sono certo dedicate vie, piazze o pagine sui libri di storia, fatta forse eccezione per qualche stralcio di leggenda popolare che rimanda alla tradizione degli spettacoli itineranti. Julia Pastrana non meritava nemmeno di avere un nome: lei era la donna barbuta e gli occhi del mondo la scrutavano con bramosia per vedere i lunghi peli che la coprivano in tutto il corpo. Incerte le notizie sulla sua nascita avvenuta nel 1834 e ancor di più sulla sua infanzia: il suo agente-amante Theodore Lent, la spacciava per figlia di una messicana che abitava in un luogo popolato da animali selvatici facendo intendere con malignità che il padre fosse da ricercare proprio in quegli ambienti. Appena incontrò quella ragazza ricoperta di fitti peli neri (fatta eccezione solo per i palmi di mani e piedi) capì che si trovava di fronte ad una bella montagnetta di soldi, alta molto di più del scarno metro e trentotto di Julia. In breve tempo la convince ad andare in Inghilterra: Julia ha 23 anni, è dolce e minuta e cosa rarissima per l'epoca, sa leggere, scrivere, ha una discreta voce da mezzo soprano e conosce a memoria le più famose romanze spagnole ed inglesi. Ancora meglio, deve aver pensato fregandosi le mani Lent: una bestiola che canticchia e declama versi fa ancora più presa sul pubblico. Fa esibire Julia in tutte le fiere e teatrini d'Inghilterra e la gente fa la fila per vedere le gesta della donna barbuta. Ma per Lent non è abbastanza: per tenere ancora più stretta l'assetata d'amore Julia la sposa dandole l'illusione di una vita normale. Lo sprazzo di normalità arriva con una gravidanza che si trasformerà in tragedia: Julia partorirà una bimba, anch'essa ricoperta di peli, ma morirà poco dopo il parto assieme alla sua bambina. Lent sfrutta il dolore e la morte per arricchirsi ancora di più dando al pubblico un nuovo spettacolo: imbalsama i corpi di Julia e della piccola e ricomincia il suo giro per le fiere in giro per l'Inghilterra. Le sue spoglie sono ancora custodite nell'istituto di medicina legale di Oslo. La sua vicenda fu d'ispirazione nel 1964 al regista Marco Ferreri per il crudelissimo film interpretato da Ugo Tognazzi e Annie Girardot “La donna scimmia”. Curioso sapere che per molto tempo il produttore censurò la fine del film obbligando il regista a tagliare la scena finale che vede un Tognazzi lucrare sulla morte della moglie esibendo il corpo imbalsamato ed imponendo addirittura per il pubblico straniero un finale alternativo a lieto fine. Come si suol dire, non importa se è successo davvero ed una donna è stata sfruttata ed abusata in vita e dopo la morte, l'importante che il pubblico abbia il suo lieto fine and the show must go on...
domenica 17 febbraio 2008
Emigrazione Femminile tra Italia e America.
Le donne italiane, più di tutte le altre, non sono mai pulite come dovrebbero. “Le donne italiane non sono massaie pulite e trascurano molto le condizioni sanitarie. La cucina è usata come salotto e sala da pranzo, e i minatori si lavano sempre qui al ritorno dal lavoro. Questo ovviamente produce una gran quantità di sporcizia, l'acqua si accumula sul pavimento, gli avanzi del pasto precedente non vengono eliminati, e spesso si usano gli stessi piatti sporchi nei diversi pasti; non si fa attenzione a gettare l'acqua sporca lontano dall'abitazione e poiché poche città sono provviste di fognature i cortili sono di solito in una condizione igienica terribile." ("Reports of the Immigration Commission" Usa, volume 7,1911 - LaGumina, pag. 154)
lunedì 14 gennaio 2008
Il XIX secolo, la nuova donna.
XIX
secolo, Inghilterra
Il passaggio dalla società rurale a quella industriale e alla società di massa, spinge ad un cambio non solo a livello nazionale ed internazionale globale, ma anche ad un mutamento della struttura familiare, delle relazioni tra uomo e donna, tra moglie e marito, donna e famiglia e, fondamentale, tra donna e società.
In queste linee vorrei cercare di riassumere alcuni dei processi che portarono al cambio e in che modo la situazione femminile ha avuto a che vedere con questi processi, descrivendone i mutamenti legati al cambio dell'attualità dell'epoca.
La Rivoluzione industriale, dall’Inghilterra, dove ha inizio e si sviluppa, porta ad un cambio della società contemporanea occidentale e della famiglia. I lavoratori abbandonano i campi e si riversano nelle città così che la famiglia, da patriarcale e in prevalenza rurale, passa ad essere formata solamente da i due coniugi, perciò detta anche famiglia coniugale. In questo nuovo nucleo, i ruoli del marito e della moglie assumono fattezze definite e contrapposte. Se nella società preindustriale, o in quella rurale, ancora esistente in altri parti del mondo anche dopo l’inizio dell’industrializzazione in Inghilterra, il ruolo della donna era fondamentale alla sopravvivenza del marito, e viceversa, ora la situazione è differente.
Precedentemente, cioè prima dell'industrializzazione, la moglie era una pedina essenziale per il funzionamento della vita casalinga e per il coniuge contadino: senza di lei, lui da solo, non avrebbe potuto mandare avanti la proprietà, occupandosi dell’allevamento del bestiame, della preparazione dei pasti, della gestione della casa e dell’educazione dei figli. La donna quindi era, a livello pratico, fondamentale all'economia familiare rurale, oltre a quella del paese.
Con il nuovo sistema d’industria, cambia l’economia nazionale, e anche il menage coniugale ne esce trasformato, almeno in parte, spinto dal mutamento dello stile di vita e del mondo esterno.
Come prima, la donna rimane relegata all'ambiente domestico ma ora il sostentamento per la famiglia comincia ad arrivare tramite il lavoro dell'uomo nelle fabbriche che riesce a provvedere a tutto, anche senza l'aiuto della compagna.
Dipendendo da questa condizione, l’unico buon affare, per una giovane, è, nella dimensione cittadina, quello del matrimonio. Se prima la casa patriarcale era composta da molti membri, e tutti e tutte ne contribuivano il funzionamento, con il cambio della struttura domestica il peso werte intorno al lavoro del marito che è responsabile per tutto quanto riguarda le relazioni con la società e l'esterno. La donna rimane parte della dimensione privata dell'uomo, questa volta in modo istituzionalizzato, diventando anche oggetto di vanto e di status per il marito: mantenendo la consorte, e agghindandola il meglio possibile, dimostra la sua potenza economica e il suo benessere.
Ovviamente, in questo quadro sociale non si tengono in considerazione le ragazze non sposate, (sempre di più numerose) quelle vedove, o le tante che non hanno avuto fortuna nella scelta del compagno, troppo spesso non capace di provvedere al loro sostentamento. Per tutte queste giovani, e meno giovani, il futuro lavorativo è difficile e poco redditizio: non è consuetudine pensare che lavorino per necessità. L’impiego femminile, inoltre, è ostacolato in molti campi considerati tipicamente maschili: l’entrata della donna sul mercato porterebbe automaticamente ad un abbassamento dei salari, e anche alla diminuizione dello stipendio dei mariti; questo è il motivo principale per cui la maggior parte delle "new weman" non può esercitare determinati lavori, non per incapacità, ma puramente per motivi economici.
Il lavoro femminile, è proibito in quegli ambiti appartenenti all’uomo, ma allo stesso tempo, estremamente sollecitato in altri settori, considerati per natura impieghi da donna quali: l’industria tessile, l’abbigliamento, il cibo e le manifatture.
Nonostante ciò, il lavoro che svolgono, a meno che si tratti di impiegate, non viene considerato parte dell'economia del paese: si giunge ad una mascolinizzazione della produttività e alla settorializzazione del lavoro femminile che continua legato solo a pochi ambiti considerati da donna per natura.
Altro settore appartenente esclusivamente al genere maschile, oltre all’economia, è quello della politica, dove la donna non appare in assoluto, anche qui in discrepanza con il passato, quando la parte attiva erano proprio loro. Basti pensare per esempio alla rivoluzione francese: erano le madri a marciare su Versailles e a protestare, prime fra tutti, per l’aumento dei prezzi.
Nell’era dei partiti, la donna è cacciata sottoterra e rimane totalmente dipendente dal volere del marito, unico mezzo di comunicazione con il mondo esterno. La sua immagine è quella di madre e moglie, quindi unicamente legata al nucleo familiare, dove nessun altra inquietudine femminile può essere presa in considerazione e sviluppata, perché nessuna abilità al di fuori di quella materna, è concepibile.
Dentro questo quadro storico, sociale, economico e politico, di movimenti nuovi e nuovi sistemi, la condizione femminile inizia a mutare ulteriormente. Prima con movimenti estremisti e ristretti, per esempio quelli delle suffragette, poi con quello di donne che pur rimanendo madri, iniziano a prendere parte alla vita pubblica. Le donne della classe media, che segnarono il via di una vera e propria rivoluzione dei sessi ancora oggi in corso, sono coloro che hanno diffuso il cambiamento, portando ad una massificazione ed espansione del fenomeno, sempre all'interno del mondo occidentale e in prevalenza anglosassone, per poi arrivare, molto lentamente, anche al nostro del sud Europa, allora ancora molto distante da qualsiasi seme "rivoluzionario".
E. Hobsbawm,The Age of Empire 1875-1914
