http://www.repubblica.it/economia/2010/02/22/news/due_terzi_delle_donne_lascia_il_lavoro_dopo_la_maternit-2391807/
martedì 23 febbraio 2010
Allarme Italia: due terzi delle donne rinuncia al lavoro dopo la maternità
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Sarina
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Etiquetas: Essere mamma, Lavoro
giovedì 4 giugno 2009
Pneumatici anche per signore
Donne alla guida? Per fortuna, abbiamo ormai tutti superato il timore di questa frase e, soprattutto, di questa azione.
Donne e Pneumatici? Forse a tale associazione non siamo ancora del tutto stati abituati, ed è proprio per questo che mi è sembrato interessante pubblicare il concorso organizzato da Popgom; un portale di vendita di pneumatici in internet, che ha voluto così omaggiare ed accattivarsi il pubblico femminile; da sempre estraneo ai problemi legati alla propria macchina, ma che grazie a siti internet di questo tipo, molto più facilitate al momento di compiere "l'impresa" del cambio del pneumatico.
Noi, donne italiane in Spagna, abbiamo accolto positivamente l'iniziativa e per questo abbiamo deciso di pubblicarne l'informazione.
Entrando nel link dedicato al concorso femminile - Ganar un cofre regalo - sarà possibile partecipare all'estrazione di un cofanetto regalo Momento zen.
Buona fortuna, quindi, e ricordatevi che solo potranno giocare le guidatrici residenti nella penisola iberica.
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Nannarelle
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lunedì 18 agosto 2008
Roma Tre organizza un corso sulle pari opportunità
martedì 1 luglio 2008
Donne imprenditrici: chi fa da se fa per tre!
Ogni anno cresce il numero di donne imprenditrici, giovani e intraprendenti che sempre più spesso trovano nel lavoro autonomo la possibilità di compaginare l’attività professionale con la vita privata. Nannarella, proprio per sottolineare l’importanza dell'imprenditoria femminile, ha incontrato due signore che, da anni ormai, gestiscono un’attività in proprio. Sono Esther Rodriguez, madrilena, proprietaria dell’azienda Internship Spain, e Jill Arcaro, americana di nascita, madrilena di adozione, ormai da 30 anni in Europa, direttrice dell’agenzia BEST Programs. Le abbiamo incontrate fuori Madrid, all’ombra di un grosso ombrellone, sotto il quale si sono raccontate volentieri, orgogliose ed entusiaste come il primo giorno, e ci hanno parlato del loro lavoro e dei loro progetti.
Esther, direttrice di Marketing di Interway fino al 1995, azienda tra le più importanti del paese nell’organizzare vacanze studio per giovani, e meno giovani, spagnoli, decise di mettersi in proprio dedicandosi all'accoglienza di alunni stranieri, in Spagna per migliorare la lingua. “L’attività all’inizio non funzionava come avrei voluto – ci racconta – non avevo clienti, nessuno mi conosceva e non avevo un’infrastruttura alle spalle, ma un giorno, grazie a uno dei mille annunci con cui tappezzai la città, ricevetti una chiamata. Mi proposero di accogliere studenti universitari, un targhet differente da quello che mi prefissai inizialmente, e di cercar loro dei tirocini. Quella di offrire stages a studenti mi sembrava una bizzarria – continua – non ne avevo mai sentito parlare, ma in questo modo avrei avuto dei clienti, i primi, e quindi mi dissi: perché no? E provai. Spesso con agenda telefonica e pagine gialle alla mano.” Esther, grazie alla sua capacità di adattamento e alla sua flessibilità, a poco a poco iniziò ad affermarsi, crescere e collaborare con grandi aziende tra le quali Ikea, Iveco, Carrefour ed altre compagnie spagnole di rilievo che accettarono i ragazzi attentamente selezionati. Ma l'attività era in evoluzione e durante un viaggio in Germania Esther ebbe una nuova intuizione. Facilitare l’alloggio agli studenti che giungevano in Spagna provenienti dagli Stati Uniti, Francia e Germania sarebbe stato il nuovo punto forte della sua attività. L’American University divenne una sua cliente fissa e gli studenti non avrebbero avuto alcun problema con l’alloggio grazie al nuovo servizio offerto, assolutamente innovativo a Madrid. “L’offerta di camere in appartamenti condivisi – ci spiega Esther –fu un vero boom durato dal 2000 al 2006. Ora il mercato ha iniziato a cambiare, molti alunni con internet trovano ciò che vogliono senza bisogno di intermediari quindi il mio lavoro da questo punto di vista si è fermato, ma all'inizio ero l'unica e ricevevo decine di tirocinanti e studenti alla settimana. Il mercato è di nuovo in movimento quindi devo fare lo stesso dando il via ad un nuovo progetto, innovativo e più attuale rispetto all'offerta d'alloggio. Molto deve ancora essere definito, ma sono sicura che questa nuova opportunità che ho per le mani sarà un'ottima arma contro l’attuale crisi”. E lo sarà sicuramente visto che da più di dieci anni questa donna imprenditrice, tra alti e bassi, riesce ad adattarsi alla richiesta del mercato offrendo il prodotto più in voga al momento.
L’altra intervistata è Jill Arcaro, anch’essa a capo di un'attività da lei creata, la quale iniziando con l’insegnamento dell’inglese sviluppò, dalla sua passione per l'educazione, BEST Programs: un’agenzia organizzatrice di soggiorni formativi che mira in modo particolare agli studenti americani – e non solo - i quali non sapendo la lingua spagnola scelgono un modo più comodo e sicuro per soggiornare all'estero. I tirocini che Jill offre ai suoi studenti sono scelti in prima persona. L’esperienza, di soggiorno e stage che offre ai ragazzi, sarebbe impensabile per un giovane che non conosce la lingua e vuole impararla attivamente in un’azienda estera. In definitiva, un modo per rompere il ghiaccio e avere la certezza di giungere in Spagna con un punto d’appoggio e una sicurezza. Anche Jill nel corso degli anni è stata capace di adattarsi agli eventi, ampliando le offerte al mutare delle richieste. Ha saputo aprirsi all'universo di internet e rendere la sua pagina web molto popolare grazie all’abilità acquisita nel marketing on-line e nella gestione delle piattaforme multimediali, senza dubbio il metodo migliore per poter raggiungere il pubblico giovanile statunitense. La sua web infatti è tradotta in varie lingue compreso il giapponese e il russo, al suo interno è possibile leggere le opinioni di altri studenti e vedere addirittura video in cui i tirocinanti si raccontano prima e dopo la loro esperienza.
Dotate di grade capacità d’adattamento e d’apprendimento, ovviamente d’intuizione e anche di un pizzico d’intraprendenza Esther e Jill ci hanno spiegato che per essere imprenditrici di se stesse bisogna saper mutare e avere una grande capacità d’autogestione. Mentre lo raccontano, sotto un ombrellone, al fresco e con una bibita ghiacciata in mano non posso che credere alle loro parole e far loro i miei più sentiti complimenti per il successo ottenuto.
giovedì 15 maggio 2008
La barbiera, un mestiere "rubato" alla tradizione maschile
Ma come è nata questa scelta così particolare di dedicarsi alla cura della barba, professione che negli anni è sempre stata rigorosamente maschile?
“Ho sempre lavorato come parrucchiera, sia per signori che per donne: alle spalle ho 25 anni di esperienza in un salone che si occupava di entrambi. Devo dire, però, che ho sempre preferito dedicarmi agli uomini: curare i capelli e le loro barbe mi ha sempre dato molta soddisfazione. Per questo, quando nove anni mi si è presentata l’occasione di avere un negozio mio, non ho esitato: avrei creato un salone esclusivamente per signori. Ed eccomi qua e non potrei dirmi più felice della scelta”. Così è nata la bottega di Maria, non un normale negozio di parrucchiere, ma una barberia: “Sulla la mia licenza c’è scritto proprio barbiera e credo anche che la mia sia stata l’ultima: dopo qualche tempo che ho aperto la Regione Liguria, ad esempio, ha cambiato la legge in materia” . Tantissimi uomini, soprattutto tra i più giovani, si rivolgono a lei per curare e tagliare la barba, caratteristica maschile che per un periodo era caduta nel dimenticatoio, ma che negli ultimi tempi è ritornata in auge. Dietro un taglio c’è un vero e proprio rito: “Io lavoro solo su appuntamento, in modo da potermi dedicare al cliente. Fare una barba non è solo insaponare e tagliare, come molti pensano: è un lavoro lungo ed accurato che dura circa mezz’ora. Sia io che le mie collaboratrici curiamo il pelo e la pelle del viso a cui dedichiamo impacchi personalizzati e massaggi. Molta attenzione viene riservata alle basette, importantissime per gli uomini, e su cui ci siamo specializzate, tanto che sto pensando di creare un book per i clienti con tutti i lavori particolari che abbiamo realizzato. Voglio, insomma, che per i signori il mio salone sia un’oasi dove rilassarsi e dedicarsi a loro stessi, come credo non possa succedere in un negozio unisex. In molti, infatti, s’imbarazzerebbero per la presenza di clienti donne”. Cosa che, curiosamente, non succede, aggiunge Maria, quando ad effettuare questi trattamenti è una donna (oltre lei anche il resto del personale è appartenente al gentil sesso) poiché si instaura un rapporto di fiducia. E negli anni Maria è stata testimone di come anche l’uomo sempre più spesso abbia voglia di curarsi e valorizzare la sua immagine, abbattendo il clichè che bellezza e creme siano ad appannaggio delle signore: “Soprattutto i ragazzi giovani, che rappresentano la maggior parte della mia clientela, stanno scoprendo il piacere di pensare al proprio aspetto fisico. Noi, infatti, non ci occupiamo solo di barba e capelli, ma abbiamo anche adibito uno spazio per la manicure e pedicure. Offriamo una scelta vastissima di trattamenti di bellezza”. Su una cosa, però, Maria non transige: la privacy ed il relax dei suoi clienti sono sacri: “Non si parla di politica. Il mio salone è frequentato da molti amministratori e alcuni clienti a volte avrebbero voglia di intavolare il discorso. Ma io sono inflessibile: niente politica, qui ci si dedica a se stessi”.
giovedì 1 maggio 2008
L'infermiera, tra fatica e professionalità negata
Tutti abbiamo avuto bisogno, volente o nolente, almeno una volta nella vita, di un’infermiera. Alla domanda, però, di che cosa faccia realmente, e di quale sia la sua immagine diffusa nell’opinione pubblica, le persone interrogate danno sempre le stesse risposte. La visione più comune identifica l’infermiera con una persona che lava e cambia i pazienti, fa iniezioni e opera là dove il medico non arriva, le menti più fantasiose e disinibite l’associano all’erotismo, mentre i più nostalgici la confondono con crocerossine e missionarie. Ma nella realtà, chi sono e cosa fanno davvero le infermiere? Per capirlo abbiamo deciso di conoscerle entrando direttamente nel loro territorio: l’ospedale. Abbiamo scelto la struttura di una città medio grande e addentrandoci nei corridoi del reparto abbiamo scoperto molte cose interessanti. Nel corso della nostra visita erano di turno tre persone, tre delle 16 donne che lavorano nel reparto di ortopedia. 16 donne e 5 uomini. Sono questi i numeri che descrivono la proporzione in questo settore ancora prettamente femminile. Affidandoci a un’infermiera giovanissima e piena di entusiasmo e amore per il suo lavoro, iniziamo il nostro percorso in questa professione nata come una delle poche permesse alle donne. Un’occupazione antica, ma al giorno d'oggi anche totalmente nuova.
Per iniziare chiediamo alla nostra accompagnatrice di spiegarci la differenza tra il lavoro dell’infermiera nel passato, e quella invece che esiste ora. "Beh, inizialmente il lavoro dell’infermiera era regolato da un “mansionario”: un insieme di mansioni che si potevano svolgere, ma fuori dalle quali non era permesso agire. L’infermiera aveva dei compiti ben precisi, non disponeva di alcuna autonomia e non aveva di conseguenza nemmeno alcun tipo di responsabilità. Nel 1994, con la legge 739 che entrò in vigore effettivamente solo nel 1999, il suo ruolo è cambiato in modo sostanziale, assumendo per la prima volta un profilo professionale. È passata dallo svolgere dei compiti ad avere delle competenze e, con esse, più autonomia e di conseguenza anche molta più responsabilità.
Andando più nel dettaglio, qual è ora la differenza principale tra il lavoro del medico e il vostro? Il medico si occupa della diagnosi e della cura. L’infermiere si dedica al sostegno dei bisogni fondamentali del paziente e collabora con il medico per l’attuazione della cura da lui impostata. La cooperazione però non si limita a quella con il medico. C’è la collaborazione con i fisioterapisti, con i dietisti e una gran parte del lavoro è, o dovrebbe essere, autonoma. È vero che abbiamo un percorso di studi diverso e più breve rispetto a quello dei medici, ma è anche vero che si tratta di un campo d’attività differente. Questa nostra preparazione esiste ed è data dall’acquisizione di una laurea in piena regola. In passato, come ho già accennato, l’infermiera era colei che si dedicava alla pulizia dei pazienti e poco più, e anche se preparata aveva seguito un percorso formativo molto diverso. Era libera da accuse e da responsabilità, ma anche senza l’autonomia necessaria in caso di vera e urgente necessità o pericolo per il malato.
Mentre ora, a cos’alto vi dedicate e in che modo siete più autonome? Ora oltre al “giro letti”, e cioè alla mobilizzazione dei pazienti e alla loro pulizia, compito per il quale è presente anche un'altra figura professionale, quella delle OSS, abbiamo: l’attuazione della terapia, cioè la somministrazione dei farmaci prescritti dal medico, la capacità/dovere di renderci conto della criticità di un paziente e quindi portare all’attivazione dell’intervento del medico, al fine di salvare un paziente in pericolo. Posso dire che siamo delle intermediarie tra il medico ed il paziente e quindi abbiamo un ruolo molto importante e di grande responsabilità, ma abbiamo anche competenze completamente diverse da quelle del medico con cui sì collaboriamo, ma lavoriamo anche in parallelo. Una leggerezza da parte nostra o una disattenzione, non segnalando un possibile problema, potrebbe significare il non intervento del dottore e quindi il peggioramento del paziente. Al contrario però, il continuo fare riferimento al medico, come in passato, porterebbe ad un rallentamento del sistema. Per questo motivo, continuo a ribattere sul fatto che il nostro porfilo professionale è diverso dal passato. Abbiamo infatti acquisito la competenza, molto importante, di saper interpretare i diversi casi e saper gestirli in modo autonomo, anche in assenza dei medici, e maturato la competenza di assistenaza al malato che un medico non ha. Infine, tra le varie mansioni, ci occupiamo anche dell’amministrazione burocratica del reparto: è nostro compito ordinare i medicinali e i prodotti che serviranno ai malati nel corso della settimana e aggiornare il “diario” di ogni paziente in cui annotiamo tutte le somministrazioni extra.
È avvenuto un cambio quindi, per quanto riguarda il profilo porfessionale dell’infermiera, ma in pratica questo cambio è effettivo, o ci sono dei limiti? E quali sono questi limiti? La grave mancanza di personale rende tutto più complicato. Il lavoro dell’infermiera non può essere attuato al meglio a causa del numero limitato di persone nell’equipe. In teoria, per ottimizzare il lavoro si dovrebbe agire per piccole equipe ognuna delle quali dovrebbe prendere in carica un numero limitato di pazienti, seguendone la pulizia, la terapia e la burocrazia. Insomma, occupandosi del loro andamento completo e totale, permettendo la conoscenza del malato in ogni suo aspetto. Purtroppo, a causa del numero ristretto di personale, questo procedimento è inattuabile. Siamo troppo pochi e quindi il lavoro, invece di essere diviso per pazienti, è diviso per compiti con la conseguenza di una settorizzazione del processo.
E a cosa è dovuto secondo te il numero esiguo di tali porfessionisti? Prima di tutto, alla sempre presente screditazione della figura dell’infermiera, non riconosciuta nella sua effettività, ma che è rimasta sempre legata all’idea di manodopera e del solo lavaggio dei pazienti. Ovviamente la pulizia del malato è un lavoro fondamentale, ma non è l’unica cosa a cui ci dedichiamo, anzi, in teoria secondo le nuove norme, secondo il nostro nuovo profilo porfessionale e le nuove figure prof.li esistenti, potremo essere coadiuvati in questo dagli OSS persone di supporto al nostro lavoro. Questa distinzione però non esiste nella pratica e quindi non è possibile nemmeno per noi infermiere dedicarci totalmente a quelli che dovrebbero essere le nostre reali mansioni: seguire il paziente nella loro completezza, senza tralasciare un aspetto troppo spesso dimenticato, quello relazionale. Spesso le differenze rispetto al passato e il vero ruolo dell’infermiera oggi, non sono note, non solo da parte della gente comune, ma anche delle infermiere stesse. Ci sono colleghe che non sono ancora consapevoli della loro autonomia e sono rimaste ferme alle mansioni, sentendosi ancora il braccio destro del medico.
Oltre alla subordinazione dovuta al ruolo dell’infermiera, secondo te c’è anche una subordinazione dovuta al genere? Sì. E ti dirò di più. Ancora oggi, se noi infermiere mandiamo a dire qualcosa ai pazienti da un infermiere uomo, a lui obbediscono, a noi no. I pazienti chiamano gli infermieri dottori e gli danno del lei, mentre spesso è capitato che a me dessero del tu, addirittura chiamandomi per soprannome. È uno dei lavori meno riconosciuti socialmente, nonostante la preparazione, le competenze acquisite e i rischi che si corrono ogni giorno, e il fatto di essere donna non aiuta. Anche le dottoresse risentono di questa discriminazione di genere perché vengono trattate con meno rispetto solo perché donne, identificate con figure professionali di molto meno rilievo e dalla preparazione inferiore perché nella concezione comune chi cura è l'uomo medico. Parlando dei rischi, è famoso il caso dell'infermiera che a torino nell’ 81, durante il servizio, ha contratto l’AIDS. Uno schizzo di sangue nell’occhio l’ha contagiata ed è morta a causa del virus. Esistono gli occhiali di portezione, ma è praticamente impossibile lavorare tutto il giorno indossandoli e spesso indossare i guanti è più pericoloso che non indossarli. Io per esempio ho le mani piccole e i guanti che abbiamo in ospedali sono tutti troppo grossi. Se li usassi correrei molto di più il rischio di pungermi con gli aghi che uso."
Dopo questo breve incontro siamo riuscite a chiarirci un po' di più le idee sui punti principali riguardanti il nuovo ruolo assunto dalle infermiere e le difficoltà che trovano ogni giorno nello svolgere un’attività piena di ostacoli, non solo lavorativi, ma anche relazionati con l'immagine di subordinazione, serva e cameriera ancora oggi diffusa. Quando alla donna è stato permesso di entrare nel mondo del lavoro, non tutti i campi erano a lei disponibili. Generalmente si trattava di settori che presupponevano l’utilizzo di capacità ritenute prettamente femminili: la devozione, il sacrificio, l’amorevolezza nei confronti del prossimo e una predisposizione caritatevole. In origine quello dell'infermiera era un lavoro femminile rimanendolo fino a tempi recenti. Di conseguenza non poteva essere riconosciuto con lodi e riconoscimenti. La natura di madre amorevole, combaciava perfettamente con il lavoro d’infermiera che non era nulla di appreso, tutt'altro, si trattava di doti innate e quindi senza meriti. Nonostante siano passati anni, la visione originaria di questo lavoro è rimasta pressoché immutata. Ora è arrivato il momento di modificare i luoghi comuni legati a questo lavoro. Bisogna iniziare a definirlo propriamente, visto i profondi cambiamenti che ha subito nel corso degli anni e dare a tali lavoratrici e alla loro professione il rispetto dovuto.
Potete leggere un'altra analisi del lavoro delle infermiere fatta da un medico qui, e maggiori informazioni sul lavoro infermieristico nel sito della Croce Rossa Italiana.
Altra fonte preziosa di informazioni è La Federazione dei Collegi Ipasvi, organismo che ha la rappresentanza nazionale degli infermieri italiani. Ci è stata segnalata da un lettore infermiere e la potrete trovare qui.
martedì 4 marzo 2008
Lavoro femminile sottopagato.
Publicado por
Nannarelle
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