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lunedì 9 febbraio 2009

Saula Nascimben solleva pesi incinta di otto mesi. Chiamatelo sesso debole!

Pubblichiamo solo un' immagine, che oltretutto ha già fatto il giro del mondo, per ricordare che il mondo femminile è bello perché è vario.

E infatti più vario di così non si può! Saula Nascimben, incinta di otto mesi, dimostra al mondo cosa vuol dire essere una pesista femminile.

Un'immagine carina che non può che riempire d'orgoglio tutte le donne.

martedì 22 luglio 2008

Nome in codice Marina Vega

Agente segreto 007. L’uomo che non deve chiedere mai. Il bello e impossibile della storia del cinema, diventato un modello ineguagliabile per ogni ragazzo della porta accanto. Un lavoro al maschile quello della spia, che Bond ha contribuito a rimarcare come tale creandone addirittura un mito irraggiungibile, soprattutto per una donna. E quando dico irraggiungibile lo dico in tutti i sensi visto che nei 12 romanzi scritti da Fleming le donzelle che si susseguono tra le braccia del dannato agente sono niente meno che 14, numero che si quadruplica sul grande schermo in cui tra un colpo di pistola e una missione impossibile, il bello dei servizi segreti sarà alle prese con ben 58 donzelle tra le più affascinanti del genere femminle – dati del “Times Literary Supplement” Hugo Williams. Ma la vita non è un film, e la realtà a volte supera la fiction. E lo fa in questo caso presentandoci una spia in carne ed ossa, anche se questa volta, permettetemi di dirlo, si tratta di una spia in gonnella, non per questo meno esperta o più sprovveduta del nostro caro e vecchio James. E già, perché se al cinema abbiamo ammirato donne fredde e spietate della taglia di Nikita o “rette” e leali come Ninotchka, la vita vera è ancora più sorprendente. Si tratta di Marina Vega, nata in Cantabria, nel nord della Spagna, il 1923. Lottare contro il regime franchista (dopo una guerra civile durata dal 1936 al 1939 la Spagna rimase sotto un governo dittatoriale fino al 1975; il Generale Francisco Franco, militare che capeggiò il colpo di stato, vinse la guerra e divenne capo dello stato; il suo Regime Franchista durò esattamente 39 anni) è stata la sua missione dall’età di 17 anni quando, poco più di una bambina, ma con le idee chiare, riuscì a sopravvivere, prestò servizio in nome della democrazia e aiutò decine di ebrei francesi a sfuggire i nazzisti; trasformò la sua vita in una missione senza limiti. Del suo racconto, pubblicato anche sul Pais - domenica 29 giugno - colpiscono soprattutto alcuni aneddoti, forse pane quotidiano per uno 007, ma più duri da digerire se pensiamo che a viverli è stata una giovanissima: ad oggi i ricordi sono ancora vivi in lei tanto che illustra dettagliatamente il modo in cui gli agenti segreti, scovati dal nemico, si toglievano la vita per non cedere alle torture. Marina, personalmente, aveva sempre con se una pastiglia di cianuro, ma alcuni, meno previdenti, usarono metodi estremi per evitare di tradire la causa. Uno di loro, trovato morto suicida, si uccise dando testate contro il muro della sua cella mentre la Vega sottolinea: “deve essere stato orribile perché la cella era molto piccola. Non poteva prendere la rincorsa”. Il passato di questa donna fuori dal comune fu senza dubbio straordinario e la sua missione degna di attenzione. I ricordi che si porta dietro sono tanti, ma anche gli strascichi di queste esperienze non sono da meno; ancora oggi, nonostante siano passati tanti anni, non si siede mai di spalle a una porta e se deve dormire in albergo la sua stanza deve essere al primo piano, vicina all'uscita, in caso di emergenza. Che dire: da adesso quando si parlerà di spie oltre a Bond non potremmo non pensare anche al grande fascino di Marina.

venerdì 28 marzo 2008

Baby Hardel, una donna in India.

Baby Hardel è una indiana atipica, una donna che, insieme ad altre giovani molto simili a lei quanto a esperienza di vita, ha raccontato la sua storia diventando una delle protagoniste del documentario "India: coraje contra destino ", di Juan Antonio Sacaluga, parte di una serie di reportage dal nome "Las luchas de las mujeres" che mostrano ed analizzano il ruolo della donna nelle società più problematiche riguardo all'emancipazione e ai diritti femminili (qui l'articolo del Mundo). Il racconto di Baby oltre ad assumere un valore individuale indubbiamente sconvolgente è importante perché capace di raffigurare non solo il singolo, ma anche di descrivere un'intera società costretta a continui abusi e violenze. La testimonianza diretta è il libro che la Hardel ha scritto e pubblicato grazie all'aiuto di un antropologo indiano, Prabood Kumar: dopo averla assunta come domestica, poco a poco, ha visto in lei una personalità irrompente e degna di essere ascoltata e nella sua vita una storia capace di infondere forza e insegnamento. Il libro, Una vita meno ordinaria, racconta "semplicemente" la vita di questa donna che ha avuto il potere di unire centinaia di altre giovani indiane nella sua stessa condizione, creandosi intorno una rete di scambio di opinioni e soprattutto un modo, per tutte, di non sentirsi sole. La forza del suo messaggio è straordinaria, testimone che la speranza di un cambio esiste. In una società in cui la moglie è proprietà del marito diventando oggetto di sfogo e violenza della famiglia politica frustrata dalla fame e dalla povertà, la fuga di Baby dal nucleo familiare e la sua lotta per la libertà e per la dedizione all'educazione dei figli sono atti pieni di coraggio e di prospettiva per il futuro. Nonostante i pestaggi quotidiani, Baby non riversa il suo odio contro il marito, vittima anche lui di un India in cui l'educazione al rispetto per il prossimo è praticamente inesistente, ma si sforza e lotta per poter cambiare il suo intorno, partendo col dare tutto l'amore possibile e una buona educazione ai suoi figli. Ovviamente, non tutte le giovani indiane sono fortunate come lei. Purtroppo, ancora troppe ragazze muoiono uccise o suicide per colpa di una condizione che altrimenti le costringerebbe al lavoro bestiale e alle torture continue da parte del marito e dei suoi parenti. Purtroppo, per la maggior parte delle donne, in India, le opzioni sono poche, anche se con l'esempio di Baby si apre a molte di loro una terza via percorribile che è quella della non sottomissione e della scelta di andare avanti sole, in modo da non sentirsi più sole. 

venerdì 7 marzo 2008

I 100 anni di Nannarella, regina del nostro cuore

Oggi è un giorno importante per noi Nannarelle. Esattamente cento anni fa a Roma nasceva lei, Anna Magnani, la più grande attrice italiana di tutti i tempi e nota al mondo con il nomignolo di Nannarella, a cui noi ci siamo modestamente ispirate per dare un nome al nostro blog che di fatto, come si può ben vedere dall'home page, è a lei, simbolo di tutte le donne forti e fragili del mondo, dedicato.
Difficile parlare di Anna Magnani, descrivere la sua personalità complicata e il suo talento (non ce ne vogliano le altre attrici) mai eguagliato. In questi giorni si sprecano le rievocazioni e gli omaggi alla sua carriera, ma chi, come noi porta Anna nel cuore da sempre, risulta molto complicato è anche un po' imbarazzante inserirsi nella corrente. Se si volesse descrivere la vita di Anna con una parola questa potrebbe essere lotta. Lotta di una bambina senza padre affidata alle zie dalla madre emigrata in Egitto al seguito del
 nuovo marito, lotta di una donna abbandonata pubblicamente dal suo amore (il regista Roberto Rossellini) per un'attrice più bella, bionda, alta e con gli occhi azzurri, lotta di una donna che scopre l'amore per la recitazione ma che per anni fatica ad affermarsi perchè non è bella in modo convenzionale (i capelli arruffati, le occhiaie e il viso scarno la caratterizzeranno per la vita) perchè non si atteggia a diva e non si mette in posa, lotta perchè nonostante il suo talento per i registi rimarrà una risorsa difficile da imbrigliare, una lotta e fatica che non si placherà nemmeno con la vittoria nel 1956 dell'Oscar per “La rosa tatuata”, un riconoscimento che il cinema italiano per una ragione inspiegabile non le perdonerà offrendole sempre meno ruoli e di valore quasi sempre discutibile. 
E pensare, che è stato proprio l'amore per l'Italia, oltre ovviamente la lontananza dall'unico e amatissimo figlio Luca, a farle rinunciare al cinema americano per tornare nella sua Roma dove sperava l'avrebbero acclamata come una regina. E la Magnani era ed è la regina: nessuna attrice è mai riuscita a fare quello che lei ha raggiunto, nessuna è mai riuscita a far uscire dalla pellicola i suoi personaggi facendoli diventare vivi e reali. Impossibile non soffrire con la sora Pina di Roma di “Città aperta” e non chiudere gli occhi e trattenere il fiato durante la sua disperata corsa dietro il camion dei nazisti che le avevano portato via il marito e che finirà con una scarica di mitra. Abbiamo sorriso con la mamma di “Bellissima” che a tutti costi voleva far sfondare la figlia nel cinema e ci siamo indignati per la passione senza senso e fuori da ogni canone della società de “La Lupa” dove la Magnani da umanità alla figura della donna che seduce il marito della figlia. Ma la Magnani che noi preferiamo è la Nannarella che s'intravede nelle rare immagini disponibili della sua vita privata, la Nannarella che, come diceva lei, alternava “Fuffa a malinconia” e che assieme ad Alberto Sordi ed altri amici si divertiva a fare scherzi telefonici fino a notte tarda, la Nannarella che bacia teneramente il suo adorato Luca, l'unico amore della sua vita, e la Nannarella che alla truccatrice che la doveva preparare per il set diceva: “Con tutto il dolore che ho patito per farmi venire ste occhiaie, tu vuoi cancellarle con un po' di trucco”. 
E non importa, se nonostante i paroloni e le pagine sui giornali, la televisione italiana non ha programmato per oggi nemmeno un suo film, chi ama Anna se la porterà sempre e comunque nel cuore.

Filmografia 
Scampolo (1928)
Tempo massimo (1934)
La cieca di Sorrento (1934)
Quei due (1935)
Trenta secondi d'amore (1936)
Cavalleria (1936)
La principessa Tarakanova (1938)
Una lampada alla finestra (1940)
La fuggitiva (1941)
Teresa Venerdì (1941)
Finalmente soli (1942)
La fortuna viene dal cielo (1942)
L'avventura di Annabella (1943)
La vita è bella (1943)
Campo de' fiori (1943)
Gli assi della risata (1943)
L'ultima carrozzella (1943)
Il fiore sotto gli occhi (1944)
Quartetto pazzo (1945)
Roma città aperta (1945)
Abbasso la miseria! (1945)
Un uomo ritorna (1946)
Lo sconosciuto di San Marino (1946)
Avanti a lui tremava tutta Roma (1946)
Il bandito (1946)
Abbasso la ricchezza! (1946)
Assunta Spina (1947)
L'onorevole Angelina (1947)
Molti sogni per le strade (1948)
L'amore (1948)
Vulcano (1950)
Bellissima (1951)
Camicie rosse (1952)
La carrozza d'oro (Le carrosse d'or) (1953)
Siamo donne (V episodio) (1953)
Carosello del varietà (1955)
La rosa tatuata (The rose tatoo) (1955)
Suor Letizia (1957)
Selvaggio è il vento (Wild is the wind) (1957)
Nella città l'inferno (1959)
Pelle di serpente (The fugitive kind) (1959)
Risate di gioia (1960)
Mamma Roma (1962)
La pila della Peppa (Le magot de Josefa) (1963)
Made in Italy (episodio: La traversata) (1965)
Il segreto di Santa Vittoria (1969)
1943: un incontro (1971) (TV)
La Sciantosa (1971) (TV)
L'automobile (1971) (TV)
...Correva l'anno di grazia 1870 (1971)
Roma (1972)

giovedì 28 febbraio 2008

La contessa Serpieri, icona della vendetta femminile


Ha amato, amato fino ad annullarsi, dimenticare il marito, chi era e perfino la patria, ma quando ha capito che il suo amante le aveva dilaniato il cuore e l' anima e portato via soldi e dignità non ha avuto dubbi e si è vendicata sottraendo all'oggetto del suo amore quanto di più prezioso: la vita. Rappresenta da oltre 50 anni il simbolo del riscatto femminile e dell'orgoglio ferito la contessa Livia Serpieri, la protagonista di “Senso”, memorabile film tratto da una novella di Arrigo Boito e magistralmente diretto da Luchino Visconti. Nel bene o nel male la contessa è un icona in cui tante donne si riconoscono: ama e per amore non ha paura a rinnegare la sua vita, la famiglia e gli ideali, ma quando si accorge di essere stata tradita e presa in giro non esita, con lucido dolore a fare uccidere l'uomo per cui ha distrutto la sua vita. A dare il volto e l'anima alla contessa è Alida Valli, gli occhi più belli del cinema italiano e attrice di grande talento ingiustamente caduta nel dimenticatoio. La vicenda di Livia Serpieri è nota: siamo nella Venezia del risorgimento, la nobildonna è sposata con un uomo potente e cugina di un patriota con cui condivide progetti ed ideali. Ad una rappresentazione teatrale conosce Franz Mahler, un soldato austriaco e se ne innamora perdutamente. I due intrecciano un'appassionata relazione. L'uomo non è certo un eroe senza macchia ma l'amore accecante della contessa spiana tutti i difetti e le convenzioni. Per lui mette in ridicolo il marito (una delle più famose scene vede Alida Valli scappare da casa urlando alla domestica che le chiede cosa dire al consorte “Non mi importa digli la verità”) ma soprattutto rinnega gli ideali di libertà per i quali ha vissuto. La storia prosegue, Franz deve partire per una battaglia ma ha paura e teme che questa volta non farà più ritorno. L'uomo implora la contessa di dargli dei soldi in modo da pagare un medico che gli diagnostichi una finta patologia in modo da evitare il fronte. In ballo tira l'amore che prova per lei. Mente, lo spettatore lo sa, siamo di fronte ad un delinquente approfittatore della peggior specie, ma lei diventa sua complice e gli consegna i gioielli che le aveva affidato suo cugino e che sarebbero serviti a finanziare azioni carbonare. Di fronte al pericolo che potrebbe rischiare l'amato non ha dubbi: rinnega la patria come forse avrebbe fatto qualsiasi donna innamorata. E' l'inizio della fine: il “coraggioso” soldato scappa, sperpera i soldi della contessa in alcol e prostitute e fa perdere le sue tracce. Disperata lo cerca ovunque abbandonando il marito e lo ritrova in un appartamento abbracciato ad una donna: “L'ho pagata con i tuoi soldi” le urla in faccia. Lei lo guarda e senza dire una parola si gira e scappa. Il film si chiude con la contessa che stravolta moralmente e fisicamente nella penombra delle calle veneziane denuncia l'uomo che così verrà fucilato per diserzione. E' la somma vendetta, un gesto che accende un moto di vivido orgoglio in tutte le donne e la prima volta che il cinema affronta in questo modo l'amore al femminile solitamente trattato dipingendo la donna come essere che perdona e si sacrifica sempre e comunque. Ed invece no, il passo lento verso la caserma della contessa è la sentenza di una giustizia dei sentimenti di cui solo lei è l'artefice. Non mi ami, non meriti di vivere.

mercoledì 6 febbraio 2008

Lita Grey, la lolita "addestrata" per incastrare Charlie Chaplin


Voleva diventare una star, voleva gloria, acclamazione e soprattutto tanti tanti soldi.
Divenne ricchissima, ma le uniche sue foto pubblicate furono quelle in cui sfila in tribunale dove aveva trascinato per crudeltà il celebre marito, l'attore Charlie Chaplin. La storia che stiamo per raccontare è quella di Lillita (detta Lita) Mc Murray, adolescente spregiudicata e pronta a tutto ma anche vittima inconsapevole di una madre senza scrupoli che l'ha allevata e cresciuta per un solo scopo: trovare un ricco pollo da spennare. Il primo incontro tra Lita e Chaplin avvenne nella tavola calda di Hollywood dove la madre della bimba lavorava come cameriera: l'attore, già acclamato nel mondo del cinema, fu colpito dal visetto vispo di quella bambina di sette anni, tanto da scritturarla per una particina nel ruolo de “Il Monello”. Da questo momento il celebre Charlot e la famiglia Mc Murray rimarranno legati a doppio nodo per molto tempo. Le cronache sull'infanzia di Lita sono vaghe, quello che è certo è che Chaplin diventò una sorta di mentore per la ragazza che sognava di diventare un'attrice famosa: la consiglia, le procura scritture e le consente di guadagnare quei soldi che permettono alla mamma Nana di lasciare il lavoro e seguire la carriera della figlia. La piccola Lita (nel frattempo ha cambiato il nome in Lita Grey) diventa sotto gli occhi di Chaplin un'adolescente. E qui cominciano i problemi: Chaplin è un noto don Giovanni e la sua passione per le ninfette è risaputa. Anni prima è stato sposato per breve tempo con una giovanissima attrice. Evidentemente gli sbagli del passato a certi uomini, seppur ricchi e famosi, non insegnano niente. Per Nana è arrivato il momento di tendere la sua trappola: spinge la ragazza tra le braccia dell'attore che non si fa certo pregare. Dopo pochi mesi il piano ha avuto i suoi frutti: Lita è incinta e la rivelazione avviene sul set de “La febbre dell'oro” dove Chaplin cerca in tutti i modi e con scarsissimi risultati, di far recitare la sua protetta. Lita ha solo 16 anni, Chaplin 34: l'attore rischia un accusa per violenza carnale (a quel tempo i rapporti prematrimoniali con minorenni erano considerati tali). La famiglia della ragazza non perde tempo: la madre e lo zio minacciano Chaplin di fare un scandalo se non sposa la ragazza facendone una donna onesta. Le nozze avvennero il 24 novembre 1924 in gran segreto. La stampa si gettò a pesce titolando sui giornali “Chaplin e la sua moglie bambina”. 
I cronisti dell'epoca raccontano che l'attore il giorno delle nozze era pallido come un morto e che sussurrò agli amici "Be, ragazzi, è meglio del penitenziario, ma non durerà”.


La ragazza (consigliata dalla mamma) rinunciò alla carriera ritirandosi a vita privata: il patrimonio dell'attore si aggirava sui 16 milioni di dollari e la piccola Lita, pensava la madre, avrebbe potuto ottenere di più stando a casa.
Charles Spencer Chaplin junior nacque il 28 giugno 1925, sette mesi dopo le nozze. Un secondo figlio, Sidney Earle Chaplin il 30 marzo 1926. Da qui le cose precipitano: i McMurray si piazzano nella villa dell'attore ed i litigi erano all'ordine del giorno. Era ora che il clan Lita-Nana sferrasse l'attacco. A gennaio del 1927 Lita presenta istanza di divorzio accusando l'attore di maltrattamenti, adulterio e crudeltà. Il duo è stato ineccepibile in quanto ad organizzazione: nel corso del matrimonio ogni litigio, richiesta sessuale fuori dal comune, e commento politico poco ortodosso dell'attore è stato appuntato su un librone. Il risultato è “Il lamento di Lita” opuscolo di 42 pagine dato in pasto ai cronisti. L'attore ha un crollo nervoso e viene ricoverato in clinica. Durante le udienze tutta la vita del Charlot d'America viene spiattellata in pubblico, i particolari più intimi, i rapporti sessuali tra i due, il quotidiano, sono conosciuti da ogni americano.
Lita accusa Chaplin di averle chiesto di abortire e di fare sesso con un'altra donna. Nana è sempre in aula a sostenere la figlia passo dopo passo. L'attore cerca di difendersi ma la sua fama di conquistatore non lo aiuta. Solo quando si decide a liquidare la moglie con una cifra astronomica Lita ridimensiona le accuse. 

La ragazza a soli 18 anni si ritrova con due figli ed una montagna di soldi. Tenterà, con scarsissimo successo di riprendere la carriera di attrice, e pubblicherà ben 2 biografie sull'attore. La sua storia ha ispirato il celebre libro “Lolita” di Nabokov. L'attore continuò a cercarsi compagne giovanissime come la ventunenne Paulette Goddard e nel 1942 la diciassettenne Ooona o'Neil di oltre 30 anni più giovane. Qualcuno forse penserà che la terribile Lita in fondo, se l'è meritata...

sabato 2 febbraio 2008

Lupe Velez: dalle stelle alla tazza...

Di lei ormai non si ricorda più nessuno, il suo nome non viene più pronunciato da molto tempo e forse nemmeno i più esperti critici cinematografici possono dichiarare di aver visto un suo film di recente. Eppure c'è stato un periodo  che Lupe Velez era una stella acclamata, uno dei primi sex simbol di Hollywood, desiderata da tutti gli uomini per il suo fascino latino. Una bellezza irruente quella di Lupe, dotata, secondo le cronache mondane, di appetito sessuale incredibile e di una passionalità che all'apice del successo nessuno avrebbe mai potuto immaginare l'avrebbe portata ad una fine così disgraziata e priva di qualsiasi romanticismo. Ma  questa è un'altra storia. Lupe Velez, nasce in Messico nel 1908, figlia di una prostituta. La sua bellezza e sensualità sono le armi che riescono a farla emergere da un'infanzia difficile e portarla giovanissima ad Hollywood nel 1927. Viene scoperta dal produttore e amico di Stanlio ed Olio che la fa esordire in alcuni cortometraggi del duo. E' subito un successo: Lupe è bellissima, è latina e fa presa sul pubblico, tre caratteristiche che spingono i produttori a scritturala per un film dopo l'altro dove interpreta quasi sempre la femme fatale. Dopo qualche anno si butta nella commedia e la sua fama accresce ancora: nei ruoli comici è ancora più convincente che nel dramma e il suo nome è sulla bocca di tutti. Sono gli anni degli amori folli con il divo  Gary Cooper (secondo le malelingue “l'irruenza” di Lupe stancò ben presto Gary) con cui recita nel film “La canzone dei lupi” ma soprattutto con Johnny Weissmuller, il più famoso Tarzan della storia del cinema, con il quale si sposa. Il matrimonio dura una manciata di anni, il carattere focoso ed eccentrico dell'attrice (le cronache mondane dell'epoca ritraggono una Lupe Velez solita a tirarsi su fino alla testa la gonna in pubblico) allontana i due inesorabilmente fino al divorzio. Per lei è l'inizio del crollo: seppur con i suoi difetti amava intensamente Johnny e fino alla fine dei suoi giorni rimpiangerà il suo Tarzan. Anche la carriera comincia declinare: Lupe ha superato i trent'anni, Hollywood è impietosa con le prime rughe ed il ruolo della bellona messicana cucitole addosso dagli studio comincia a stridere. Le scritture scarseggiano e la bella messicana trova spazio solo in film di serie B dove fa il verso a se stessa. Ma il peggio deve ancora venire: si butta in un vortice di amanti ed incontri casuali finchè non inizia una relazione con l'attore Harold Raymond. Succede l'imprevedibile: Lupe rimane incinta ed Harold non ha alcuna intenzione di riconoscere il bambino.  Gli amici le suggeriscono di abortire e le forniscono il nome di alcuni medici che praticano aborti clandestini. Si rifiuta, ma non ha il coraggio di crescere il bambino da sola nella Hollywood dell'inizio degli anni quaranta. In preda ad un lucido delirio organizza una messa in scena che secondo i suoi piani avrebbe dovuto farla ricordare al mondo avvolta come una macabra icona di stile. 

Niente di più distante dalla realtà. Lupe convoca le sue amiche per una cena: organizza tutto nei massimi dettagli e con grosso dispendio di denaro. Si fa pettinare e truccare con cura ed indossa uno stupefacente abito da sera in lamè argentato.

Dopo il festino, in preda a fumo e alcool, Lupe confessa la sua lacerante inquietudine: “Sono stufa della vita. Devo lottare per tutto. E sono così stanca. È da quando ero bambina, nel Messico, che lotto. È mio figlio. Non potrei mai ucciderlo e vivere in pace con me stessa. Piuttosto mi uccido io”. Ma le sue amiche non gli danno retta. Rimasta sola nella sua immensa villa la diva sale al piano si sopra ed entra in camera da letto: l'ha voluta zeppa di fiori e candele, tutto deve essere perfetto per il suo addio in grande stile. Si pettina e si sistema il trucco ancora una volta, inghiottisce una dose massiccia di sonniferi e si sdraia composta nel sontuoso letto. Così avrebbe dovuto trovarla il mondo, così sarebbe dovuta essere l'ultima immagine della splendida mora messicana sui giornali di tutta America. La vita, però, le riserberà un'ultima ed amarissima sorpresa. Quando al mattino la fedele cameriera entrerà nella stanza si troverà di fronte ad una scena tremenda: il letto è vuoto, la stanza piena di chiazze di vomito e nel bagno della camera la bella Lupe è riversa per terra con la testa incastrata nel water. Molto probabilmente, come hanno ricostruito i medici, il medicinale si è scontrato con l'alcool procurandole nausea a conati di vomito. In preda ai dolori l''attrice si è diretta a fatica in bagno ma è scivolata sbattendo la testa nel water dove è rimasta incastrata. Così se né andata a soli 36 anni Lupe Velez una donna che almeno nella morte voleva trovare la gloria eterna ma che invece è stata distrattamente ricordata negli annali del cinema, come “quella rimasta incastrata nella tazza”.


martedì 29 gennaio 2008

Bette Davis, cattiva per scelta

Fisico minuto, occhi sporgenti, sorriso beffardo ed un carattere tutt'altro che docile. No Bette Davis non era certo una bellezza e soprattutto non lo era nel modo convenzionale che tanto andava di moda nella Hollywood degli anni trenta e quaranta. Eppure Bette è riuscita a sfidare i luoghi comuni ed i clichè, ed armata solo del suo incredibile talento è riuscita ad imporsi come una delle più grandi attrice mai esistite. Una vita non facile quella di Bette, costellata di successi ma anche delusioni, malattie, gloria e solitudine, e non resa più dolce dal suo terribile e leggendario caratteraccio. Nata il 5 aprile nel 1908 da padre inglese e madre francese deve il suo nome al libro “La cugina Betta” di Balzac, lettura preferita della madre Ruth. Il primo abbandono nella vita di Bette arriva a sette anni quando il padre lascia la famiglia e la madre , trovatasi in difficoltà, è costretta a mettere lei e la sorella in collegio. Ed è proprio qui che si avvicina alla danza e alla recitazione. Il suo caratteraccio al limite della maleducazione le preclude l'ammissione ad un importante scuola di teatro ma la impavida Bette va avanti per la sua strada iscrivendosi alla "John Murray Anderson's Dramatic Scool", e per pagarsi gli studi non esita a posare nuda per una scultrice. L'esordio avviene nei teatri di Brodway alla fine degli anni venti ed è subito un tripudio. Nel 1930 vince il premio come miglior attrice emergente: si presenta ad un provino del produttore Samuel Goldwyn (si proprio quello della Metro Goldwyn) ma lui la etichetta come “troppo brutta per comparire in un film”. Una donna comune dopo aver ricevuto un'offesa simile si sarebbe infilata in un buco fino alla fine dei suoi giorni, ma non Bette che va dritta per la sua strada fino a riuscire a farsi assegnare una parte nel film Bad Sister.. Negli anni successivi gira parecchie pellicole per il produttore David Warner che senza troppi giri di parole la definisce “Affascinante come Stanlio e Ollio”. Eppure Bette grazie al suo grande talento riesce a fare quello che la maggior parte della gente non può neanche immaginare: sul grande schermo può essere chi e come vuole. Quando si parla di lei non si può che citare i continui e terribili litigi con i colleghi, come quelli con Humphrey Bogart di cui detesta l'odore di alcol che emana (Bogart era un grande bevitore), con Joan Crawford che detesta apertamente. Le sue bizze le faranno perdere il ruolo più importante della storia del cinema, ovvero la Rossella Hoara di Via Col Vento che darà gloria eterna a Vivian Leigh. Motivo del diniego l'odio per l'attore Herrol Flynn candidato più papabile ad interpretare Reth (grazie a lei nemmeno Flyn ebbe la parte). Non contenta del “dispettuccio” fatto a Flyn (tra l'altro uno degli uomini più belli che abbiano messo piede sul pianeta Terra) non esitò durante le riprese de “Il conte di Essex” (film sulla storia appassionata tra la regina Elisabetta -interpretata magistralmente dalla Davis che per assomigliare alla sovrana si fece alzare l'attaccatura dei capelli di 5 centimetri- e il conte di Essex) a schiaffeggiare “per esigenze di copione” il povero Flyn che interpretava il suo amante. Pettegolezzi di set dicono che la Davis colpì il bell'attore più forte di come avrebbe dovuto fare e soprattutto facendo pressione su un grosso anello che indossava. Meglio non andò anche al nostro Alberto Sordi con cui anni dopo girò “Lo scopone Scientifico” e che definì villano e maleducato. Attrice di talento raramente raggiunto vinse due volte il premio Oscar, per Paura d'amare (1936) e per “Figlia del Vento” film epico in salsa melodrammatica che si fece confezionare su misura per rispondere a Via col vento. Memorabili le sue interpretazioni in “Ombre Malesi” e “Schiavo d'amore” dove da corpo a personaggi di donne avide e pronte a tutto, ma soprattutto “Eva contro Eva” film sulla durezza del mondo dello spettacolo e sull'inesistenza della solidarietà femminile. In Eva contro Eva la Davis interpreta un'attrice che si vede fare le scarpe da un'aspirante attricetta che alla fine sarà ripagata con la stessa moneta da un'altra arrampicatrice sociale. Dopo una serie di successi Bette, arrivata alla soglia dei i 50 anni non riesce a trovare una scrittura decente tanto che nel 1962 mette un annuncio su un giornale locale che recita: "Madre di tre bambini di 10, 11 e 15 anni, divorziata, americana, trent'anni di esperienza come attrice cinematografica, versatile e più affabile di quanto si dica, cerca impiego stabile a Hollywood. Bette Davis, c/o Martin Baum, Gac. Referenze a richiesta". Pochi mesi dopo arriverà una delle sue più grandi prove d'attrice Che fine ha fatto Baby Jane? , nel quale divide magistralmente la scena con la rivale Joan Crawford. Nel film, un triller all'ultimo respiro, interpreta una nevrotica ex-bambina prodigio che vessa crudelmente la sorella paralitica in seguito ad un incidente.
Non meno tumultuosa fu la sua vita privata: si sposò quattro volte, ebbe tre figli (uno naturale, due adottivi) che non esitarono a screditarla come madre isterica ed alcolizzata in un libro autobiografico. Negli ultimi anni della sua vita fu colpita da numerose malattie, tra cui un tumore al seno e morì nel 1989. Con lei se ne è andata una delle più importanti attrici di Hollywood e una donna che, a torto o ragione, non aveva paura di essere cattiva.