
Con il suo pancione di otto mesi e fasciata in un meraviglioso abito da sera viola (in barba ai superstiziosi) ha trionfato alla notte degli Oscar, dove si è portata a casa l’ambita statuetta per la sua straordinaria interpretazione ne “Il cigno nero”.
Nel film, un noir ricco di tensione, dà il volto e il corpo a una ballerina psicolabile alle prese con uno spettacolo che la porterà all’autolesionismo. E’ Natalie Portman, ex bimba prodigio lanciata a soli tredici anni dal film “Leon”, trionfatrice alla recentissima edizione degli Oscar dove si è aggiudicata il riconoscimento come miglior attrice protagonista. Emozionatissima e bellissima durante il suo discorso di ringraziamento ha dedicato il premio al suo compagno che le ha regalato il ruolo migliore: quello di mamma.
Non è certo la prima volta che un’attrice sale sul palco più ambito del mondo in dolce attesa: come dimenticare la splendida Catherine Zeta Jones che nel 2003 ritirando la statuetta per la miglior attrice non protagonista per “Chicago” (dove anche lei interpretava una ballerina) affermò simpaticamente di essere in preda a irrefrenabili tempeste ormonali.
Prima di lei era stata la volta della grandissima Meryl Streep che con il suo pancione fu premiata nel 1983 per la “La scelta di Sophie” dove diede vita alla straziante storia di una madre rinchiusa in campo di concentramento con i suoi figli e costretta a una scelta drammatica.
Guardando Natalie Portman salire le scale del Kodak theatre fiera del suo pancione non sono mai sembrati così lontani i tempi in cui le attrici di Hollywood erano obbligate dalle major cinematografiche a non apparire in pubblico durante la gravidanza per non scalfire l’immagine di donne fatali, perfette, ma anche tanto innaturali.
martedì 1 marzo 2011
Natalie Portman: “Il mio Oscar è il mio bambino”
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Nannarelle
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domenica 15 giugno 2008
La grandeza de lo cotidiano
Ci sono storie che meritano di essere raccontate, frammenti di vita, vicende semplici che mostrano improvvisamente, in modo aspro e pieno di speranza, il lato sublime della quotidianità. Caramel, della regita libanese Nadine Labaki, è una storia di donne raccontata da donne. Donne che con le loro sconfitte, i loro sogni e il loro coraggio riempiono di eroicità il semplice ma trascendente fatto di vivere. Layale, innamorata di un uomo spostato, ha solamente una certezza: lui non lascierà mai sua moglie. Nisrnin è mussulmana e la sua unica preoccupazione è che suo marito non scopra che non arriva vergine al matrimonio. Jamale, divorziata, è incapace di accettare la vecchiaia, l’inesorabile passaggio del tempo. Rima nasconde la sua sessualità e Rose, sarta, ha rinunciato alla sua felicità per prendersi cura di sua sorella, Lili. Tutte queste voci, ingranaggi di un processo narrativo preciso, compongono la protagonista corale di Caramel mentre la società libanese, eclettica, eterogenea e a volte contraddittoria è lo scenario di una storia tanto locale quanto universale. La lotta vitale di queste cinque donne è un accumularsi di desideri e di rinuncie ma anche di speranza, un’ode all’esistenza nella sua totalità, alla contraddittoria, ma bellissima, natura della vita: per loro l’unica opzione di fronte a questa realtà è vivere o, forse, semplicemente sopravvivere. Nadine Labaki ha costruito una dolcissima storia di sentimenti, di esisteze tanto comuni quanto straordinarie e tutto per mezzo di una tecnica impeccabile in cui l’eccellente colonna sonora prende protagonismo rivaleggiando con la luce dorata del Mediterraneo che da volume a dei personaggi a tutto tondo, completi e pieni di verità. Una pellicola che va assaporata lentamente.
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martedì 22 aprile 2008
4 mesi, 3 settimane e 2 giorni
4 Mesi, 3 Settimane e 2 Giorni è il crudo e diretto film di Cristian Mungiu che, con la sua critica alla realtà rumena nel regime di Ceausescu, ha vinto la palma d'oro al festival di Cannes 2007. Si tratta di una ricostruzione della società e dell'esperienza del singolo in una Romania priva di libertà durante il regime comunista, il tutto reso pellicola e fatto conoscere al mondo attraverso le sale internazionali. Il regista lascia alla politica un luogo di sfondo e di cornice, tanto che il regime riesce a passare inosservato raggiungendo lo spettatore indirettamente, in modo subdolo e manipolatore così come lo stesso sistema imponeva. Il comunismo è presente, ma è impossibile segnalarlo direttamente col dito. Ci raggiunge in ogni movimento ed in ogni battuta, in modo discreto e forse per alcuni spettatori anche troppo silenzioso. Otilia e Gabjta sono le giovani protagoniste di questa lotta contro il tempo che passa rapido e inesorabile: quattro mesi, tre settimane e due giorni sono già trascorsi, aumentando il rischio per Gabjta di non poter abortire il bambino che non vuole ad ogni costo. La scelta di un carnefice disposto a tutto e di un luogo in cui portar a termine l'aborto, la ricerca dei soldi per pagare intervento e hotel sono tutti frammenti. Si susseguono nella narrazione scarna, senza intermediari e quasi priva del trasparire di emozioni. La paura di morire rimane in secondo piano per gran parte del film: l'importante è concludere l’operazione e, soprattutto, non essere scoperti. Nel corso della pellicola, che inizialmente ci mostra un atteggiamento dei personaggi mirato solo all'effettività e al compimento dell'interruzione della gravidanza, poco a poco emerge il terrore proveniente dagli occhi di Otilia: assistendo l'amica durante l'aborto, la ragazza è sempre più consapevole del rischio e della morte. L'apice del racconto è raggiunto quando Otilia si trova di fronte ai terribili resti del feto, sul pavimento del bagno, buttato tra gli stracci: qui il tempo si ferma sulla presa di coscienza dell'orrore. Questo scorcio di Storia ripreso dalla telecamera di Mungiu si inserisce dentro a un ciclo di racconti "Tales from the Golden Age" in cui, partendo da esperienze del singolo, viene ricostruita l'epoca che precede la fine del comunismo in Romania, di Ceausescu appunto. Il mancato giudizio sul regime potrebbe essere travisato e giudicato come una dimenticanza grave oppure un limite stesso del film, ma è necessario ribattere sul fatto che questo silenzio è cercato espressamente dal regista il quale riesce a marcare la sensazione di oppressione e di impossibilità di comunicazione durante gli anni della dittatura. La libertà è lontana dalle scelte personali che quindi si disumanizzano e fanno apparire le due donne, a prima vista, impassibili e determinate. È in questo periodo di transizione, ancora dentro alla cornice dittatoriale, che si svolge la vicenda, in cui si raggira “l'ostacolo gravidanza” freddamente e il più efficientemente possibile. Il dramma dell'aborto qui terminato in tragedia solo per il feto e non per la madre evidenzia la posizione de regista: Mungiu non condanna l'atto e si mette dalla parte delle giovani. Non infligge loro maggiore sofferenza oltre a quella che sono già costrette a sopportare. Si schiera liberamente dalla loro parte, non della loro scelta. La punizione per le due ragazze rimane l'aborto stesso: l'atto compiuto non le risparmierà. Anzi, lascerà una grave e profonda ferita che cercheranno di richiudere evitando di parlare ulteriormente del tema. Proveranno a cancellarlo dimenticando tutto, ma l'esito ottenuto sarà per sempre la loro condanna. La pellicola si chiude così, lasciando un profondo senso di vuoto, e badando bene dal voler giudicare quella che continua ad essere una scelta libera e incontrollabile.
sabato 12 aprile 2008
Juno, un altro modo di vivere la maternità
Juno ha 16 anni, per curiosità decide di fare l'amore per la prima volta e si ritrova incinta. Che fare? Dopo essersi recata in un centro femminile per abortire scappa, inorridita dal trattamento distaccato e disinteressato che le è stato riservato, decide di percorrere un'altra strada dando il bimbo in adozione e si butta alla ricerca della coppia ideale. Si snoda così, asciutto ed ironico “Juno” uno dei film più intelligenti, obiettivi e meglio recitati che abbia visto negli ultimi tempi e sicuramente uno dei migliori sull'argomento. A dare il volto alla ragazzina della middle class dell'America più profonda la bravissima e giovanissima Ellen Page, attrice canadese di cui mi auguro sentiremo parlare prossimamente. Precisiamo subito una cosa: Juno non è un film sveglia coscienze o antiabortista, in tutta la pellicola non si trova nessun riferimento alla carità cristiana e al diritto alla vita (l'unica battuta fatta sull'argomento e che farà cambiare idea alla giovane Juno è “Il tuo bambino ha già le unghie” pronunciata da una compagna di classe della ragazza che fa volantinaggio contro l'aborto davanti ad un laboratorio medico) ma si propone soltanto come racconto didascalico, ironico al limite della cattiveria ma anche dolce e tenero della gravidanza di una teen ager americana. Tutti i luoghi comuni sull'argomento vengono sfatati e scandagliati: dietro il rapporto sessuale che porta al fattaccio non c'è amore e nemmeno troppo romanticismo ma soltanto il desiderio della ragazza di diventare (come dice una sua amica) “sessualmente attiva”. Dopo la scoperta di essere rimasta incinta (Juno fa il test di gravidanza in uno squallido bagno pubblico) non aspettatevi di vedere lacrime e sceneggiate, l'apparentemente inscalfibile Juno decide di risolvere la situazione e scartato l'aborto comincia la sua ricerca della famiglia perfetta che possa accogliere suo figlio. Dopo una breve letta su un giornale di annunci (evidentemente in America i figli si cercano come si farebbe con una macchina usata) trova una coppia ricchissima e bellissima che da anni cerca con insuccesso di avere un bambino. Le figure maschili nel film sono importanti ma di contorno: da una parte il padre del bambino, un tenero e immaturo bamboccione che la stessa Juno toglie da ogni responsabilità sollevandolo da una situazione che non ha la minima idea di come si possa gestire, dall'altra il padre della ragazza, un 'ex ufficiale dell'esercito all'apparenza freddo ma amorevole e fiducioso nelle possibilità di sua figlia e sullo sfondo il futuro padre adottivo che alla fine, preso dagli spasmi di realizzazione personale e probabilmente dal disamore verso la moglie mollerà l'osso lasciando la compagna da sola con un neonato. Per il resto tutta la pellicola si concentra sulla gravidanza che Juno porta avanti senza mai avere un cedimento sulla decisione presa, ma dando per paradosso coraggio a chi lo circonda e vivendo i cambiamenti del suo corpo e della sua vita in bilico tra maturità e ingenuità, come un'avventura sconvolgente ma destinata a finire e non lasciare strascichi. Non sarà così e dopo il parto la ragazza si lascerà andare ad un pianto (il primo e l'unico del film) doloroso e liberatorio. Ma per lei non mancano le sorprese della vita come la possibilità di tornare a riprendersi con candore la sua esistenza di adolescente e soprattutto di trovare l'amore in quel compagno di scuola e di prima esperienza sessuale che ha scoperto che le fa battere forte il cuore. D'altra parte, come dice Juno “Lo so che sarebbe stato meglio innamorarsi e poi riprodursi e non il contrario ma anche così può andare bene”.