domenica 10 febbraio 2008

Velo islamico, di nuovo polemiche.

(Foto della squadra femminile egiziana di pallavolo)

Il velo islamico è di nuovo fonte di polemiche, scontri e dibattiti che riempiono costantemente le pagine dei quotidiani. La questione è complessa e per avvicinarsi all'argomento sarebbe opportuno tentare di non identificarlo automaticamente con l'estremismo religioso: il velo è una parte importante ed essenziale del costume e della cultura femminile del mondo arabo e non, riduttivamente, come molti occidentali siamo soliti credere, solamente simbolo dell'islam estremista.

Le ultime notizie riguardo al tema giungono dalla Turchia dove da mesi ormai si è riaperto il dibattito: permettere, o no, l'utilizzo del velo all'interno delle univesità? Dal 7 febbraio, la questione potrebbe avere i giorni contati: il parlamento turco ha dato il via ad una possibile riforma che permetterebbe alle donne universitarie di scegliere se indossare, o meno, il velo. Sabato 9 febbraio, il parlamento ha votato sì. Sulla nuova opzione i pareri sono discordanti. Da una parte c'è l'appoggio dell'ala moderata dell'islam, capeggiata da Tayyip Erdogan, che difende la libertà di scelta individuale delle studentesse mussulmane, e la spinta del Partito di Azione Nazionalista di estrema destra, anchessa favorevole e che per questo impulsò la riforma fin dal principio; diversa è l'opinione di militari, giudici e gruppi laici che si oppongono fortemente al ritorno del velo, convinti si tratti del primo sintomo di una futura chiusura del paese dal mondo esterno, ed una caduta verso l'estremismo religioso con un progressivo avvicinamento della Turchia agli altri paesi mussulmani che l'allontanerebbe definitivamente dall’Europa.

Il dibattito sull'accessorio però, da molto ormai, non rimane localizzato alle zone con religione mussulmana, ma è attuale anche in Europa. La Francia di Chirac, il 15 marzo 2004, optò per uno stato laico e per la proibizione di ogni simbolo religioso vistoso, come per esempio, il velo, la kippà ebraica e le grandi croci, all’interno delle scuole pubbliche. In Spagna, a poche settimane dalle elezioni generali, il Partito Popolare, ripropone il modello francese della censura (censura che rimane, nel caso spagnolo, legata solamente alla religione islamica e non alla cattolica, che per il PP è la religione di stato, per storia e tradizione).

L'argomento è fonte di dubbi e riflessioni non certo risolvibili in poche righe. Su un punto che Gema Martín Muñoz, sociologa ed esperta del mondo arabo, spiega chiaramente, dovremmo però riflettere: il velo è, per le donne mussulmane, in Europa come nei Paesi arabi, uno strumento di lotta fondamentale al raggiungimento della parità di diritti e all'insediamento, in modo paritario, in tutti i luoghi pubblici, compartendoli con gli uomini. L’ utilizzo del hijab (velo) facilita la lotta femminile e la conquista dell'uguaglianza tra uomo e donna, mentre la sua eliminazione farebbe sì che l'uomo possa avere un vantaggio di base nell'allontanare la donna dalla scena: quello potente della difesa religiosa da ogni tipo di attacco "eretico", mantenendo così il potere decisionale per entrambi.

È sbagliato pensare che l'emancipazione, e la nostra storia ce lo insegna perfettamente, si raggiunga direttamente con l'avvento delle "femministe" liberali, rivoluzionarie ed estremiste (figure senza dubbio fondamentali, che segnalano e anticipano un processo di cambiamento) e con l'abolizione repentina di simboli, che da secoli fanno parte della reltà e della cultura di un popolo: per questo motivo, il semplice fatto di togliere il velo non eliminerebbe i problemi legati al fanatismo, come anche la reazione radicale di alcune donne senza dubbio più moderne, difficilmente porterebbe ad un punto di dialogo tra universo mussulmano maschile e femminile.

Le ribelli di classe colta e privilegiata sensibilizzano , è vero, una parte della società, ma a volte scandalizzano il popolo, come fecero le ragazze inglesi e francesi, a cavallo tra il XIX ed il XX secolo: le loro feste ed i loro eccessi portarono a polemiche e a lotte interne fra le stesse donne, dando il via a proibizioni ancora più drastiche, giustificate dallo scopo di mantenere l'ordine e la non degenerazione dei costumi. L’emancipazione femminile in Europa era capeggiata da donne androgine che, imitando il modello maschile, dimostravano di esserne all’altezza, mettendosi in gioco pubblicamente: non posso non citare la Rhoda Nunn di Gissing che è un esempio chiave riguardo alla nuova donna. Rinuncia al matrimonio e, rifiutando di personificare il modello femminile tradizionale, continua con il suo lavoro, quello di educatrice di giovani ragazze sole, alle quali insegna nuovi mestieri, per dar loro la possibilità di mantenersi e sopravvivere pur senza marito, per offrir loro la libertà di scelta sul se sposarsi o no, rendendole indipendenti. Nonostante la sua posizione decisamente "strana", mai e poi mai, questa icona della nuova donna sarebbe andata contro i principi morali dell'epoca, mai e poi mai avrebbe violato direttamente le regole che governavano l'ambiente nel quale si muoveva e nonostante ciò, non smise di essere rivoluzionaria o rappresentativa del nuovo ruolo che stava assumendo inconsapevolmente. Insegnava alle giovani ad essere autonome, no a non voler un marito. Dava loro la possibilità di sposarsi perché lo sceglievano, no perché dovevano farlo per non soccombere.

(A destra: foto tratta dalla rivista femminile nata negli USA, «Ladies Book» di Godey, edito da Sarah Josepha Hale e avente 40.000 abbonati nel 1849. Nell'immagine "Novembre 1857: imparando a scrivere" l'immagine di una giovane alla quale stanno insegnando a scrivere.)

Per cambiare la condizione di metà di una popolazione, in particolare della metà femminile del paese, non è sufficiente la lotta estrema di pochi rappresentanti di una ristretta classe sociale. In Europa, non bastarono la laurea e il Nobel di Marie Curie, per sostenere che le donne avevano accesso libero alla formazione scolastica, ma fu quando la preparazione secondaria raggiunse le ragazze comuni, comprendendo anche le figlie dei contadini, che fu possibile parlare di vera e propria svolta sociale e di istruzione feminile. Il cambio reale e duraturo è quello che muta, non solo la vita della donna, ma anche quella degli uomini e dei figli, giungendo dalle persone comuni, dalle madri e dalle massaie che, poco a poco, possono essere libere di scegliere per se stesse.

Per le donne mussulmane, o meglio, per le donne, lo scopo principale è poter prendere le proprie decisioni da sole, scegliendo liberamente ciò che è giusto o sbagliato. Per le donne, tutte, è fondamentale avere una autonomia tale che permetta loro di svegliarsi la mattina e decidere che indumento indossare: la minigonna o il velo.

1 commento:

La Rampante ha detto...

Mi ha colpito questo racconto e soprattutto il finale dell'articolo che riprende il significato di libertà femminile. http://www.donnamed.unina.it/velo_cronaca07.php